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La storia di San Martino come esempio di servizio agli altri

Un viaggio interessante e intenso nella storia di San Martino, guardata e ricostruita attraverso una chiave di lettura molto particolare che affonda le sue radici nell’etica dell’attenzione verso chi ha bisogno. L’attualizzazione della vita di uno uomo poi diventato santo che ha fatto della solidarietà la propria missione. Una riflessione più che mai attuale che nasce dalla commistione tra la storia vera di conversione di un militare agli ideali ispirati al cristianesimo e gli spunti allegorici offerti.

E di questo che si è parlato durante l’incontro organizzato dal Rotary Club di Molfetta presso l’Hotel Garden. Ad introdurre la serata – il presidente del Rotary – Leonardo de Pinto che ha spiegato quanto la storia di quest’uomo e i principi che l’hanno animata sono più che mai vicini e in linea con l’idea rotariana di essere “al servizio dell’umanità”.


La parola è poi passata al dott. Nino Messina – direttore amministrativo dell’Ospedale “F. Miulli” di Acquaviva delle Fonti – che ha preso per mano i presenti e li ha condotti in un percorso emozionale e meditativo, creando interessanti parallelismi di senso tra le vicissitudini e la vita di San Martino e la loro attualizzazione nel presente. Due sono stati i temi portanti intorno a cui è ruotata la lectio di Messina: l’esercizio dell’orecchio al dolore e la comprensione del linguaggio della cura, valori che si ritrovano nella famosa scena del taglio del mantello donato per metà da Martino ad un povero infreddolito. Una metafora, questa utile a raccontare il valore del donare ai poveri, della carità. Slanci difficili da mettere in atto così come il gesto della cura cui bisogna esercitarsi, mettendosi al servizio del altri.

Oggi più che mai c’è bisogno di un tempo del conforto dedicato all’intangibile che però molto spesso si scontra con la prevaricazione della tangibilità che rappresenta un fallimento dell’umano. Si dovrebbe invece radicalizzare l’idea che ogni uomo debba essere sostegno per l’altro in modo tale da capitalizzare il linguaggio della cura fino ad arrivare alla guarigione. Una riflessione, questa vissuta sulla propria pelle vista l’esperienza professionale di Messina che ogni giorno lo porta a misurarsi con il dolore e relativo bisogno di consolazione dei pazienti e delle loro famiglie. Ma ritornando al momento della divisione del mantello, l’illustre relatore lancia un’altra provocazione. La storia narra che dopo il gesto di estrema bontà di Martino, durante la notte vide in sogno Gesù rivestito della metà del suo mantello militare. Udì Gesù dire ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito». Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro.
Ecco come la divisione può trasformarsi in moltiplicazione, come privarsi di una parte di “tangibile” possa rappresentare un ritorno in termini di arricchimento spirituale, morale ed etico. È un po’ ciò che dovrebbe accadere anche in realtà aziendali strutturate, all’interno delle quali il management dovrebbe – quasi come fosse un imperativo – prendersi cura del capitale umano che le costituisce.
Stesso discorso nel caso di una struttura ospedaliera: il medico dovrebbe essere quanto più vicino possibile al paziente non relegando il suo lavoro al semplice espletamento della prestazione medica. Dunque anche il situazioni lavorative sarebbe utile “dividere il mantello” e aprirsi alla condivisione, sviluppando così la gratuità del bisogno e l’economia dell’altruismo che si traduce poi in economia della relazione. E se questo modus vivendi scivolasse anche tra la gente, nelle comunità cittadine sarebbe quasi una vera e propria vittoria per l’umanità.
L’idea di assicurare all’altro la certezza di esserci è uno dei più bei doni che si possa fare e ricevere. Rappresenta la condizione ideale per cui svanisce la paura della solitudine e si abbraccia il valore della “presenza” non solo fisica. Si aprirebbero così orizzonti nuovi di attenzione al prossimo, valore che sarebbe opportuno insegnare e trasmettere alle nuove generazioni. L’idea di fondo è che non bisogna aspettare o rimandare la condivisione. Potrebbe non esserci più tempo per metterla in atto.
E come diceva don Tonino, è importante seminare perché «[…] ogni granellino arricchirà ogni angolo della Terra».

Autore: Angelica Vecchio

Da Guglielmo Minervini

Caro Nino

Hai messo le mani su un tema cruciale.

Come la persona non è solo homo oeconomicus (egoista per definizione) così l’azienda non è solo profitto.

Un profitto sovrano che tutto giustifica: dalle illegalità alla corruzione.

Oggi c’è bisogno di mettere in crisi questi due paradigmi, dai quali discende tutto.

Discendono anche tutte le sciagure…di questi anni, anzi di queste ore.

Restituire l’azienda alla sua originaria missione di “impresa”, sfida per creare beni o servizi è fondamentale.

Dunque, il punto è il passaggio in cui sostieni che la riconciliazione conviene.

Di lì si riparte.

La proposta è bella, forte, attuale.

Alleggerirei la parte iniziale (in fondo introduttiva) e dilaterei la parte finale, più metodologica.

E poi, al netto dei riferimenti magisteriali, proverei a presentare laicamente il percorso di riconciliazione: è cattolicamente ispirato ma rivolto a tutti.

Disperatamente a tutti.

Se vuoi potrei darti una mano a lavorare i temi per renderli più asciutti, snelli ed efficaci.

Faccio questo per la meridiana da oltre un quarto di secolo…

E diciamo che in queste settimane ho un po’ di tempo libero…

Beh fatti sentire

Gu

Chi siamo

Nino Messina, sposato, padre di due figli, è Direttore Amministrativo dell’Ospedale “F. Miulli” di Acquaviva delle Fonti.
Manager industriale per 25 anni (Fincantieri, Isotta Fraschini, Getrag) con esperienza di controller per produzioni US Navy e project finance in Germania, è stato anche direttore pianificazione e controllo presso Casa Sollievo della Sofferenza e direttore Area Politiche della salute della persona e delle pari opportunità della Regione Puglia.
Formatore e esperto in analisi di clima aziendale, ideatore e promotore di una cultura di impresa cosiddetta "management nonviolento”, è stato uno dei "ragazzi" di don Tonino Bello.

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Per un nuovo management,

Per interrare e far germogliare noi stessi,

Per consumarci e fiorire,

Per aziende fertili e feconde

 

…Per noi, viandanti eternamente alla ricerca della via più solitaria,

non inizia il giorno dove un altro giorno finisce,

e nessuna aurora ci trova dove ci ha lasciato al tramonto.

Anche quando dorme la terra, noi procediamo nel viaggio.

Siamo i semi della tenace pianta,

ed è nella nostra maturità e pienezza di cuore che veniamo consegnati al vento e dispersi… (Tagore)

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